Nella tarda antichità furono famose le mura di tale epoca di Aquileia, celebrata appunto come moenibus et portu celeberrima dal poeta Ausonio (Ordo nobilium, 67), le quali, per almeno tre mesi, si opposero nel 452 ad Attila, flagellum Dei. Altrettanto famose erano già state le mura “antichissime”, di origine repubblicana, le quali nel 238 d.C. avevano resistito all’assedio di Massimino il Trace, anche grazie, si disse, all’intervento del dio Beleno accanto a coloro che furono considerati eroi cittadini, i senatori Rutilio Pudente Crispino e Tullio Menofilo (Historia AugustaMaximini duo, 22.1 e ss.).
Accanto ad Aquileia, l’altra città murata in Friuli è stata Cividale: Paolo Diacono narra nella Historia Langobardorum (IV, 37) dell’assedio degli Avari del 610 e della duchessa Romilda, che aprì loro le porte de muris prospiciens, affascinata dal giovane re nemico iuvenili aetate florentem.
Nel Basso Medioevo e in particolare nel periodo fra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, quando presumibilmente Dante Alighieri ebbe a visitare il Friuli − passando per la corte patriarcale e sentenziando che gli aquilegenses crudeliter ces fastu eructuant1 −, le città non sono né molte né grandi. Questa terra risulta, infatti, caratterizzata da un intenso incastellamento quale reazione difensiva alle ripetute invasioni, subite, andando indietro nella Storia, Cividale del Friuli, dettaglio del Borgo Medievale. fin dal II secolo.
Fatta eccezione per Cividale, che è civitas in quanto sede vescovile del Patriarca aquileiese, tutte quelle che a posteriori vengono chiamate città anziché villaggio (villa o vicus o pagus) o borgo (burgus) risultano molto piccole rispetto ad analoghe denominazioni sia in Italia sia nel resto d’Europa. Alcune nascono quale “dipendenza” da un castello, come ad esempio Udine o Monfalcone (la Rocca), altre vengono a essere funzionali a delle esigenze storiche, come Aquileia o Venzone. La caratteristica che a quel tempo definisce la città – la più antica, la più costante – è l’essere dotata di una cerchia di mura: linea di separazione e, al tempo stesso, di congiunzione fra due mondi diversi, l’interno e l’esterno, lo spazio abitato urbano e la campagna, tra i quali c’è un continuo ricambio di individui e di beni, il quale fluisce lungo una strada o una rete di sentieri che fa capo alle porte. Quella che vive all’interno è una comunità umana avente condizioni giuridiche proprie, cosciente della propria identità e originalità, composta da persone appartenenti a famiglie diverse e dedite ad attività differenti fra loro. Le persone vivono vicine in maniera continua, riunite in un agglomerato di numerose case costruite attorno a una chiesa, dedicata a un patrono celeste del quale condividono l’appartenenza spirituale.
La formazione di una città in Friuli dopo l’anno Mille parte sempre da un nucleo preurbano, verso il quale per svariate ragioni, in particolare per le agevolazioni economiche, confluiscono dei mercatores (commercianti) e artigiani, attirati anche da altre motivazioni come, ad esempio, la posizione geografica lungo una delle principali vie di comunicazione.
Le attività economiche chiedono di essere protette e, pertanto, vengono elevate delle strutture murarie difensive, che successivamente si allargheranno da una prima cerchia elementare, realizzata con terrapieni e pali, a più cerchie in pietra.
L’abitato è racchiuso da una fortificazione in muratura, costruita con pietre, sassi o altro materiale reperibile, alta circa dai sei agli otto-dieci metri e profonda da uno a due metri, per la gran parte diritta (cortina) e interrotta a intervalli più o meno regolari da torri o altri bastioni. Il terreno vicino alle mura, sia all’esterno che all’interno, è lasciato vuoto ed è detto pomerium.
All’esterno, l’intero percorso delle mura viene poi protetto da un fossato con acqua, largo dai cinque ai dieci metri e profondo dai cinque ai dodici. Lungo le mura si aprono delle porte, a loro volta fortificate, perché ritenute il punto più debole del girone, con il ponte levatoio e una serranda o saracinesca.
Quest’ultima consiste in una pesante griglia di ferro, o di legno rinforzato di ferro, che scorreva verticalmente in due scanalature ricavate nel muro. Un argano, situato nella stanza sovrastante l’andito, ne consente la manovra: in caso di pericolo, esso può essere disinserito sicché la porta cala rapidamente e con violenza. I ponti levatoi possono essere di vario tipo, dalla semplice passerella, che veniva ritirata se si profilava un pericolo, alla piattaforma incernierata mossa da due catene a loro volta manovrate da argani. All’esterno possono esserci anche elementi a difesa degli ingressi, come rivellini o altre opere, sia murarie che con terrapieni. Lungo le mura corre all’interno il cammino di ronda talora con dei merli, mentre le torri sono dotate di feritoie e altri sistemi di protezione per chi combatte dall’alto.
Ciascuna cinta muraria ha poi altre caratteristiche che la rendono unica sia per forma geometrica, sia per il suo inserimento nel paesaggio. Si possono trovare anche cunette, berne, spalti, cordoli, antemurali, posterle, fossati, tutto in rapporto alle esigenze difensive e alle possibilità economiche della città.
L’allargamento dello spazio urbano non si arresta a una cerchia muraria, in quanto dalla campagna si tende ad affluire in città e ciò richiede nuove mura per comprendere anche quelli che vengono chiamati suburbia cioè sobborghi. Talora avviene anche il fenomeno della conurbazione con dei villaggi vicini.
La produzione di ricchezza da parte di cittadini liberi (burgenses) da vincoli feudali porta all’autonomia della città, retta dall’universitas o vicinia2, che si organizza per la propria difesa, essendo questo il principale problema in una realtà in cui nemici interni ed esterni costituiscono una continua minaccia, tant’è vero che, oltre ai castelli (castra o castella), anche i villaggi in quegli anni si cingono di difese (cente o cortine).
Al tempo in cui Dante sarebbe passato da queste parti, le città murate del Friuli, a parte Cividale, potrebbero essere considerate dei grossi villaggi, con una popolazione ridotta e una superficie limitata. Il miglioramento della produzione agricola e la conseguente crescita demografica le favoriranno come sede di mercato e di scambio e la cerchia muraria allora costituisce anche il limite fiscale, per cui chi entra dovrà sottoporsi al pagamento delle imposte per il passaggio e per le merci. Per questo motivo assumono importanza le porte munite e sorvegliate costantemente con la funzione di raccordare i vari tratti del perimetro murario, lungo il quale corre il cammino di ronda, e segnare il limite oltre il quale esistono degli obblighi di pagamento delle imposte.
Non è da credere che le mura siano una struttura stabile, immutabile e immutata: esse sono, anzi, un cantiere sempre aperto per la manutenzione o per l’allargamento, fattori per i quali la comunità cittadina spende moltissimo con l’impiego di numerosa manodopera. Non mancano, infatti, calamità naturali come alluvioni o terremoti, neppure i difetti costruttivi, e tutto ciò rende necessari continui aggiustamenti. L’architetto-costruttore è un maestro essersi basate, ma vengono realizzate sul posto misurando con tavole, pertiche e altri strumenti elementari. Il tutto è lasciato alla creatività dei capi mastri, per cui si possono trovare torri e torricelle, bastioni, cortine aggiunte, terrapieni (agger), mura più basse (vallum), propugnacoli e altro ancora: si tratta, infatti, di un processo costruttivo “incrementale”. Il progetto delle difese murarie è concepito solo mentalmente (opus in mente conceptum) e non sulla base di un disegno prestabilito.
Le città murate del Friuli
Le città murate del Friuli non hanno un modello standard, su cui essersi basate, ma vengono realizzate sul posto misurando con tavole, pertiche e altri strumenti elementari. Il tutto è lasciato alla creatività dei capi mastri, per cui si possono trovare torri e torricelle, bastioni, cortine aggiunte, terrapieni (agger), mura più basse (vallum), propugnacoli e altro ancora: si tratta, infatti, di un processo costruttivo “incrementale”. Per questo, quando viene realizzata una “veduta” artistica, la realtà raffigurata è già cambiata. Tutti i burgenses sono chiamati a concorrere a queste spese attraverso una magistratura dedicata alla cura delle difese murarie. E ovviamente anche a difenderle con una leva degli uomini validi.
Dal secolo XI al XIV nello scontro fra assediati e assedianti, assai frequente, prevale l’aspetto difensivo, ma con la scoperta delle armi da fuoco d’artiglieria, e in particolare del cannone e della bombarda, le sorti si rovesciano e le mura progressivamente diverranno inutili. Nel sistema feudale del Patriarcato aquileiese le città si differenziano dal resto del territorio per una maggiore libertà, anche se debbono fare sempre i conti con l’autorità patriarcale o quella dei signori locali come i Savorgnan a Udine. Questa libertà è uno dei principali motivi di attrazione per l’urbanizzazione, assieme a quelli dei mercati, delle fiere, della religione, perché ciascuna città si darà un luogo di culto, che diventerà oggetto di devozione e meta di visita.
Intra o extra muros vi sono delle differenze sostanziali. All’interno, oltre alla maggiore libertà, vi è un senso di sicurezza e di appartenenza e nasce quella identità urbana che sopravvive sino ad oggi. In tal modo le mura hanno contribuito in maniera determinante alla crescita delle città e alle loro fortune.
Nel Medioevo la definizione di città la dà sant’Agostino: est enim civitas non quorumlibet animantium sed rationabilium multitudo, legis unius civitatis devicta (Quest. Evang., 2, 46), completata da Isidoro di Siviglia che afferma… urbs ipsa moenia sunt, civitas autem non saxa sed babitatores vocantur (Etymologiae, XV). Comunque, le mura nel Medioevo definiscono sempre la città e influenzano in maniera determinante la vita quotidiana dei suoi abitanti. Se Dante al suo tempo fosse entrato in uno degli agglomerati urbani friulani circondati da mura, non avrebbe trovato le medesime realtà della sua Firenze o delle città nelle quali aveva passato il suo esilio. Oltre alle peculiari identità di ciascuna di esse, vi sono situazioni molto legate alla storia locale.
A reggere la comunità, ovvero l’universitas, ci sono diverse magistrature elettive cui partecipa una minoranza, cioè coloro che potremmo definire optimates o patrizi, una classe di origine mercantile o artigianale arricchitasi con le proprie attività e poi inseritasi nel sistema feudale del Patriarcato, facendo convivere in sé una duplicità di cittadinanza e di sottomissione.
Il “popolo” dei servi, sia pur liberi, e ancor meno i forestieri, sono emarginati dalla gestione cittadina ma hanno la possibilità di migliorare la loro situazione economica e sociale, diventando essi stessi burgenses. Al primo impatto con la realtà urbana il contadino tende a trasformarsi in operaio al servizio delle botteghe artigianali e commerciali, e la sua vita non è legata più alle stagioni ma all’abilità con cui lavora.
È una organizzazione civica elementare, non ancora all’altezza dei liberi comuni lombardi, che i patriarchi ghibellini combattono al fianco di Federico Barbarossa. La vita cittadina è generalmente regolata da uno statuto (stadtrecht) e retta da un magistrato con pieni poteri, il podestà, o da magistrature collettive, varianti di numero, come sindici, consoli, scabini ecc. I capi della vicinia controllano la manutenzione delle strade e dei pozzi, l’osservanza delle norme antincendio, provvedono all’allontanamento dei lebbrosi e delle prostitute, denunciano eretici, giocatori d’azzardo fuori regola, bestemmiatori e ladri notturni, controllano il rispetto degli ordinamenti statutari. Molti di questi statuti sono giunti sino a noi, come nel caso di Monfalcone3, Udine o Gemona e stabiliscono diritti e doveri intra moenia.
Una posizione privilegiata è quella del clero, chiamato a celebrare i riti religiosi, che sono anche civili per la comunità, funzione che viene ad essere sottolineata durante le frequenti processioni e le feste patronali. Ogni città, infatti, oltre che alle mura, si affida, come accennato, anche alla protezione di un santo cui ogni anno viene dedicato un grande evento festivo-commerciale: la fiera. Gli amministratori civici contano sull’appoggio del clero secolare come su quello dei religiosi, che non mancano mai, sia negli ordini femminili che in quelli maschili, all’interno della città. La presenza di religiosi permette ai più ricchi di acquisire da loro parte dell’istruzione scolastica e le professioni mercantili godono in più di un altro vantaggio: la mobilità, quindi la conoscenza anche del mondo esterno. Legate alla religione e alle professioni sono le confraternite, veri centri di potere, che esercitano la devozione per un particolare culto e la solidarietà fra i loro appartenenti in vita e in morte: sovente diventano quelle che altrove sono definite arti, per cui, oltre a presiedere una determinata parte dell’abitato cittadino, si distinguono anche nell’abito e nelle frequentazioni.
La città in Friuli si basa sui privilegi che ottiene dal principe ecclesiastico o dall’imperatore, sulle esenzioni e autorizzazioni a riscuotere imposte. Gli obblighi sono quelli di fornire degli armati e risorse economiche per fare la guerra, ma quasi sempre vi si sottraggono. Le città sono spesso in guerra fra loro per il primato, come Udine e Cividale, per la gestione dei traffici commerciali, come Gemona e Venzone, o semplicemente per sottrarsi all’influenza ai castellani che dominano il territorio friulano: non solo sono in guerra all’esterno, ma pure al loro interno, perché le fazioni cittadine, basate sempre su famiglie e clan, si disputano a mano armata il prevalere nell’amministrazione civica.
Al contrario di quanto oggi accade con la città predominante sul territorio attorno ad essa, nel Basso Medioevo in Friuli vi è una forte dipendenza degli agglomerati urbani dalla campagna, sia come rifornimenti alimentari, sia come primo mercato per le sue produzioni e per le sue merci. La urbanitas, il modo di vivere nelle città, si oppone però alla rusticitas delle campagne.
La caratteristica di chi vive in città è di avere lavoro e vita familiare nel medesimo luogo, in case a due piani con bottega o laboratorio al piano terra e l’abitazione al piano superiore. Le case, piuttosto basse, sono addossate l’una all’altra e separate da strette viuzze con frequente pericolo di incendi e un’igiene totalmente assente. C’è la centralità della piazza, con la sede delle adunanze della comunità e il principale luogo di culto. Ci sono anche spazi verdi coltivati. La dimensione della famiglia in città è, però, più ridotta che nelle campagne poiché le attività economiche interne non necessitano di molta manodopera. La storia delle città murate, per le peculiarità di queste, ha una sua originalità sia pure nel contesto più ampio della storia del Friuli patriarcale. Infatti, l’elemento essenziale che le distingue è la loro autonomia (burgfriden), che le porta ad avere rappresentanza ovvero “voce” nel Parlamento della Patria.
Queste caratteristiche vengono più o meno condivise da tutte le città murate friulane del Basso Medioevo, tranne Aquileia.
Da alcuni anni lo studio delle città murate medievali ha suscitato nuovo interesse, dopo che, principalmente in passato, si erano studiati i castelli4. Il sistema difensivo urbano del Friuli medievale, tranne poche eccezioni (Aquileia e Cividale) trae origine dal processo di incastellamento: i castra si collocano sulle alture, da dove la vista spazia sulla piana e la natura aiuta a rendere più difficili gli assalti ostili.
Le vicende della città murata di Monfalcone possono essere assunte come riferimento per comprendere l’evoluzione nello specifico contesto storico del Friuli, e del Patriarcato di Aquileia in particolare, del formarsi e dell’allargarsi di uno spazio urbano munito.
Sono alcuni secoli della storia medievale che costituiscono il cammino da una forma elementare, quasi naturale, di difesa, alla città organizzata per la sicurezza e i suoi contenuti culturali. Al termine di una lenta crescita economica e politica si arriverà al Rinascimento, alla città moderna e a una nuova struttura del corpo sociale urbano. In questo Medioevo, che si avvia all’autunno descritto da Johan Huizinga5, Monfalcone ha costruito la sua comunità giuridica attraverso l’affermazione della borghesia. Le fortificazioni e, nel caso, le sue mura, divengono il simbolo semplice di una città che attiva una rete di rapporti con il territorio, godendo di privilegi economici, come il mercato, di un alleggerimento delle imposte, della libertà personale e di altre concessioni, il tutto derivante dall’autorità patriarcale. La città come luogo medievale per eccellenza e antifeudale costruisce così una società composita e plurale quale Monfalcone si è dimostrata costantemente nei secoli.
Lo spazio urbano ha creato una identità civica, ma il processo con cui esso venne plasmato è stato lungo ed elaborato, poiché dal primo rifugio, costituito nelle epoche precedenti dall’altura della Rocca più o meno munita, doveva formarsi un burgus, che troverà la sua autonomia – oltre che sicurezza – con il cingersi delle mura della prima cerchia fra l’XI e il XIII secolo, ancora sotto la tutela patriarcale. In Monfalcone, il colle su cui sorge la Rocca è un luogo naturale di rifugio sin dai tempi più antichi, ma l’edificio che vi si costruisce agli inizi del Basso Medioevo, nel 962 – dieci anni dopo l’epocale battaglia di Lechfeld6, per volontà congiunta del Patriarca aquileiese e dell’imperatore Ottone I -, è troppo piccolo per contenere tutta la popolazione se non in caso di emergenza. Il burgus, com’è tradizione, viene ad essere fondato in basso, sull’insula Paciana in comitatu forojuliensi7, in relazione anche con la plebs Marciliana8. L’aspetto civile e quello religioso, infatti, procedono insieme verso la formazione di una realtà urbana murata. All’interno delle mura la città si dota di case, botteghe, laboratori, sviluppa il mercato, celebra le sue fiere e le feste religiose. Dalla seconda cerchia è l’Universitas a elevare le mura per difendere se stessa. Se già dalla seconda metà del XII secolo le autorità comunali monfalconesi si occupano delle mura con lo stipendiare un magister murorum, esse intensificheranno i lavori nella seconda metà del XII secolo e dalla seconda metà del Duecento sino al secondo quarto del Trecento. La cittadinanza investe cifre elevatissime nella costruzione e manutenzione delle mura e vi dedica grandi energie e impegno, nonostante ciò dia origine a nuove tasse per gli iscritti nei ruoli fiscali (c’erano già allora), mentre la pulitura dei fossati (graben) e la guardia (uaite) fanno parte dei doveri di prestazione gratuita. Nasce così la città murata di Monfalcone, partendo da un piccolo nucleo abitato sino a raggiungere dimensioni cospicue in età moderna. Lo sviluppo storico delle fortificazioni difensive di Monfalcone ha uno stretto legame con la sua posizione geografica, caratterizzata da una posizione strategica fra il mare e le alture carsiche. Nel 1260 si trova in loco Montis Falconis già distinto dal castrum ossia dalla Rocca9.
Più volte negli anni assediate, le mura con alterne fortune hanno retto o hanno ceduto, ma sempre hanno costituito la principale difesa della città: dal X al XV secolo, quanto dura il Basso Medioevo in Friuli, le tecniche costruttive evolvono di pari passo all’arte della guerra.
La sicurezza che le strutture difensive offrono sviluppa e richiama attività economiche e l’istituzione di un mercato porta anche al formarsi di una classe sociale cittadina, i burgenses, che troveranno occasione per affermare anche una loro autonomia intra muros. In questo periodo le mura saranno valido presidio contro i nemici esterni anche per dissuadere dall’attaccarle, benché la storia narri anche di assalti e di distruzioni, con un seguito di ricostruzioni.
Il destino della cinta murata di Monfalcone
All’incirca a metà del XIV secolo l’arte della guerra incomincia ad avvalersi delle armi da fuoco e le mura medievali non riescono più a contenere le azioni ostili. Pertanto, subito dopo la dedizione (seguita all’assedio) alla Serenissima Repubblica di Venezia, il provveditore veneto che presiede alla difesa della città dà inizio a un rinnovamento dell’ultima cerchia muraria, in modo che possa resistere all’offensiva delle artiglierie. Queste nuove mura, iniziate nel 1471, sono già efficienti quando avvengono le incursioni turchesche e preservano la città. Nuovamente rafforzata nel 1488, anche nella successiva guerra della Lega di Cambrai fra Venezia e Impero, nei primi anni del Cinquecento, la cortina muraria si dimostra utile a proteggere la cittadinanza e le sue attività economiche, tenuto conto del rafforzamento anche della posizione strategica della Rocca. Se nel 1509 resiste agli imperiali, cade però in loro possesso alla fine del 1513.
Il raggiungimento di un’intesa a Worms nel 1521 fa sempre di Monfalcone un avamposto della Repubblica nelle terre imperiali, con di nuovo un ingente investimento nelle opere difensive nel 1525: tuttavia, l’assenza di conflitti, a lungo andare, rende meno importanti le mura, le quali incominciano a subire un processo di decadimento. Per un breve periodo, dato dalla guerra chiamata di Gradisca, nel XVII secolo, si rivalutano di nuovo le mura, utili a respingere gli Uscocchi, ma, passato il pericolo di invasioni o di azioni ostili del confinante Impero, il complesso murario è andato progressivamente rovinando, sino ad essere demolito in gran parte nel 1838, quando già era d’ostacolo allo sviluppo della città. Ora le mura di Monfalcone sono oggetto di interesse dell’archeologia e della storia, che ne hanno sottolineato l’importanza nella costruzione dell’attuale realtà urbana.
La signoria patriarcale, a partire dall’XI secolo, favorisce la crescita urbana delle sue tre sedi: ricostruzione di Aquileia, rafforzamento di Cividale, espansione di Udine. Si tratta di un tentativo di promuovere una cultura della civitas come contrappeso alla curtis dei signori dei castelli. Raimondo Della Torre10, quando si tratta di ricostruire dopo un terremoto che funesta il suo regno, propone nel 1297, senza successo, di raggruppare tutta la popolazione della zona colpita in una sola città, Milanoraimondo e divisava munirla solidamente e renderla centro del commercio oltramontano, ma la gelosia di Gemona e Venzone fecero che tal progetto rimanesse ineseguito11. Solo in minima parte l’obiettivo viene raggiunto, perché ben presto anche le comunità cittadine si daranno a loro volta alle guerre feudali.
Le mura patriarcali di Aquileia
Negli anni in cui l’Europa intera trova motivi per rinascere dopo la crisi del IX secolo, confortato dall’appoggio imperiale, il patriarca Poppo o Popone di Treffen12, il cui principato va dal 1019 al 1042, decide di ricostruire Aquileia nei suoi edifici sacri e di ripopolarla, stabilendovi 50 canonici residenziali e alcuni monasteri. Con essi giungono anche dei laici, per essere al loro servizio e poi, vista la presenza dell’élite ecclesiastica, si uniscono anche dei mercanti. Per proteggere la città e mantenervi la popolazione, cosa assai difficile per il clima umido e la malaria imperante, Poppo dota la sua Aquileia di mura difensive, non essendo più recuperabili quelle romane, più volte danneggiate/ distrutte, e nemmeno quelle costruite al termine delle guerre greco-gotiche, cosiddette mura a zig-zag. La nuova cerchia muraria, che collega la banchina portuale ad est con le mura occidentali, risulta perciò più ristretta e spostata più a sud: come già accaduto per la cortina a zigzag, il foro, il circo, il porto, l’acquedotto e tutti gli edifici romani che si trovavano a nord della nuova linea, vengono abbandonati e i loro materiali in seguito riutilizzati per altre costruzioni
La porta settentrionale medievale, la più importante della città, viene chiamata nel tempo con nomi diversi: porta Glemonae, porta Utinae, porta Omnium Sanctorum, porta Ospitale. Entrando in città da qui, ci si trovava nella zona del Trivium, così chiamata perché qui si univano le tre strade principali della città medievale. Dalla porta Utinae si percorreva la via modernamente detta Julia, o Giulia, Augusta sino alla porta della Beligna a sud, mentre in direzione est-ovest vi erano le porte di Faytula, del mulino e di San Siro.
Più che una descrizione delle mura, i documenti riportano dei riferimenti sulla collocazione di luoghi intra o extra moenia, come l’indicazione del Monastero femminile prope et extra moenia oppure via quae ad moenia ducit o ancora intra civitatem vel foras prope moenia.
Le vedute, più che riportare la realtà, sono un’interpretazione artistica, mentre non mancano neppure le leggende circa un presunto tesoro nascosto. Secondo Maurizio Buora13, sarebbe una leggenda, alimentata dallo scrittore Giovanni Candido14, anche l’attribuzione a Poppo della costruzione delle mura medievali, poiché in realtà i Patriarchi non avrebbero fatto altro che riutilizzare i resti romani e bizantini con qualche aggiunta di semplici spalti (spaltum)15.
Dell’Aquileia romana e paleocristiana si è scritto molto, ma dell’Aquileia medievale non ancora altrettanto, soprattutto per il periodo della decadenza, che inizia a partire dal XII secolo. La nascita di un quartiere laico nel tempo porta anche qui alla creazione di un comune16, che regge la città liberandosi dall’autorità del gastaldo patriarcale e ottenendo pure un mercato. La comunità pensa anche alla difesa con la realizzazione di aggiunte alle mura e di un fossato, che tuttora viene chiamato del Comune. Le mura medievali di Aquileia non sono protagoniste di particolari eventi bellici, perché a tener lontani gli eserciti ostili sono le paludi; non riescono neppure ad evitare l’esodo dei religiosi non appena ne viene data loro l’occasione. Così, rapidamente, sono destinate al degrado e di esse rimane solo il ricordo, perché l’archeologia medievale ha difficoltà a operare su un territorio ove domina quella romana. Nonostante tutto, però, le mura dell’Aquileia del Medioevo hanno acquisito nel tempo una grande fama e sono entrate nella storia.
Moenia Civitatis (Austriae)
Cinque sono le cinte murarie di Cividale, più volte rinnovate ad decorem et municionem civitatis. La città di Cividale, infatti, sin dalla sua fondazione come Forum Iulii, pare sia sempre stata murata e che le sue difese l’abbiano protetta dalle incursioni ostili dell’Alto Medioevo.
Alla metà del XII secolo, oltre ad ospitare la curia patriarcale, la città ottiene dal patriarca Pellegrino I (1131-1161) il diritto di foro, riconfermato e ampliato nel 1176, nonché le entrate della “muda”. Esenti da tal dazio sulle merci erano tutti gli abitanti della città e quelli del distretto che si impegnassero nella difesa delle mura della città. Le mura cittadine coprono i tre lati dell’abitato perché il quarto è difeso dal Natisone: in questa zona, la conformazione stessa del terreno non richiedeva fortificazioni, ma era sufficiente la cinta degli edifici costruiti.
Sino al XIII secolo sono ancora le vecchie mura a costituire il sistema difensivo cividalese e ne viene segnalata la rovina, per cui il patriarca Bertoldo di Andechs – Merania, al potere dal 1218 al 1251, dà avvio a una ristrutturazione generale e saranno poi i suoi immediati successori, Gregorio di Montelongo (1251-1269) e Raimondo Della Torre, a continuarla.
Ricostruite intorno al 1250, un secolo dopo subiscono di nuovo crolli. Cividale vive allora un momento di forte sviluppo, dovuto anche alla presenza di famiglie potenti di milites: l’assetto urbano si sta modificando sia sotto il profilo fisico, sia sotto quello istituzionale, come prova il fatto che ai nuovi provveditori del Comune tra gli incarichi annuali venga fatto obbligo di provvedere all’erezione di 25 passi di nuove mura.
Tra il 1370 e il 1425 le mura vengono rafforzate, prima per sostenere eventuali assedi degli udinesi e poi, subentrata la dominazione di Venezia, dei Turchi17. La struttura quadripartita e cruciforme della città ha inglobato i borghi di San Pietro, San Domenico, Ponte e Brossana, cui corrispondono anche le quattro porte ove risiedeva il portaro, per la custodia e la riscossione dei dazi. Al di fuori della cerchia muraria stanno i xenodochi, i lebbrosari, gli ospedali e, quindi, i borghi più lontani. Queste mura cividalesi saranno le prime in Friuli ad essere assalite con armi da fuoco nel 1331.
Le cente murarie udinesi
Anche Udine nasce dalla presenza, sulla sommità del colle morenico che domina il paesaggio circostante, di un castrum-castello e la prima cerchia di mura, realizzata attorno all’anno Mille, era duplice poiché correva attorno al castello e, più in basso, al primo borgo per circa la lunghezza di 500 metri.
Con la creazione del mercato (Mercato vecchio) e l’arrivo delle rogge, l’abitato si espande ulteriormente e con esso le mura, per una seconda e terza cerchia, protette da torri. Si aprono delle porte: Nuova, Gemona, Santa Lucia, Brazzano, Aquileia, San Bartolomeo (ancor oggi presente e conosciuta come Manin).
Nel XIV secolo viene ad essere realizzata la quarta cerchia, con le porte di Santa Maria o Torriani, Grazzano, Cisis, Cussignacco, Santo Spirito. Nel 1463, in epoca veneziana, verrà completata anche la quinta cerchia. La parte nord della città viene pertanto chiamata vile di sore e quella a sud vile di sot.La struttura difensiva e la crescita della città sono conseguenti ai privilegi concessi agli abitanti dai patriarchi aquileiesi: ottenuta nel 983 la disponibilità del castello (castrum Utini), con la nota donazione dell’imperatore Ottone II di Sassonia18, compresi i diritti di signoria all’intorno per tre miglia, i Patriarchi di Aquileia ne affideranno la cura e la difesa a un crescente numero di habitatores (famiglie che aggiungeranno al loro patronimico de castro Utini), sotto forma di feudo d’abitanza19. Per rinforzare il fossato e arginarlo, viene creato un rialzo di terra o terrapieno a trincea con elementi murari. Il luogo costituisce in tal modo un vuoto extra fossatum – prope foveam communis Utini, che verrà a essere edificato e abitato dopo la costruzione della seconda e della terza cinta muraria.
Presumibilmente fra il 1218 e il 1223, il patriarca Bertoldo di Andechs-Merania da Cividale, scossa da un terremoto, sposta la sua residenza nel castello di Udine e, per dare al luogo in cui abita un maggior prestigio, istituisce un mercato settimanale esente da gabelle, cosicché da ogni dove vi accorrono operatori economici per produrre e commerciare con concreti vantaggi sulla concorrenza. Dalla concessione di privilegio, datata 13 settembre 1223, in meno di due decenni Udine aumenta il numero dei suoi abitanti, tanto che lo stesso Bertoldo nel 1248, l’11 marzo, le concede i diritti di città, dispensando dal pagamento delle imposte dirette tutti gli abitanti del mercato di Udine. Chiaramente beneficati dal patriarca, i burgenses gli devono corrispondere qualcosa anche in termini di fedeltà:
Bertoldus patriarcha volens forum quod Utini fundavit bonum statum habere et crescere ad honorem et servitium Aquilejensis ecclesie omnes homines in ipso habitantes et totum territorium quod est a parte inferiori infra vetus fossatum et omnes ibidem habitantes vel qui illic ad habitandum venerint modo liberi homines vel ecclesiarum de terra Forijulii fuerint ab omni colta et collecta quam imponere eis posset perpetuo absolvit Burgenses de Utino promittunt et se obligant secundum eorum posse cum personis equis et armis servire ecclesiae Aquilejensi et patriarcham qui pro tempore inerit ubicumque habuerit eos necessarios in terra Forijulii nec non assistere eorum nuntiis in omnibus quibus poterunt bona fide contra omnem hominem et tacere alia servitia quae habitatores de Civitate Austriae et allis locis faciunt aut facere consueverunt20.
Bertoldo concede agli uomini liberi “tutto il territorio che sta nella parte inferiore del vecchio fossato” (1248) con il cosiddetto privilegium fori, cioè le esenzioni legate al mercato. Sempre Bertoldo, per dare al mercato una struttura più stabile, favorisce la costruzione di una serie di case-bottega, in modo che commercianti e artigiani abbiano a stabilirsi definitivamente in Udine.
Coloro che abitano al di qua del vecchio fossato ed entro la terza cerchia di mura che Raimondo Della Torre farà completare, cioè i burgenses de foro Utini ovvero i borghesi, abitanti del Borgo, anzi della “Terra” di Udine, verranno distinti dagli habitatores castri Utini, nobili che se ne stanno al di sopra del fossato (ubi erat fossatum Terrae Utini infra mercatum et viam publicam). L’ultima cerchia di Udine, voluta dal patriarca Pagano della Torre (morto nel 1241, fratello dell’imperatore Carlo IV), probabile ospite di Dante, aveva tredici porte, ciascuna delle quali prendeva il nome dal borgo su cui si apriva.
L’ALTO FRIULI
Se alle invasioni provenienti da Oriente avrebbero dovuto badare l’imperatore o, per suo tramite, il Conte di Gorizia, il Patriarcato ha necessità di proteggersi a nord, anche dal punto di vista economico: è per questo che esso favorisce il formarsi di tre realtà cittadine murate, ove poter riscuotere quanto gli spettava per il passaggio e mettere un freno al pericolo nel caso di discesa di eserciti ostili.
Venzone: baluardo a Settentrione
Le mura di Venzone, in parte ricostruite dopo il terremoto del 1976, rappresentano un singolare esempio di fortificazione urbana, iniziata nel 1268, quando Glizoio di Mels, ricevuto questo strategico feudo, iniziò a munirlo, anche per la sua funzione di “chiusa” a nord del territorio patriarcale.
Più volte assediata, Venzone ha resistito a diversi avversari desiderosi di conquistarla anche per godere dei proventi della cosiddetta “muda”, cioè una specie di dogana sulle merci in transito. In particolare, si ricorda il passaggio tutt’altro che pacifico nel 1336 del patriarca Bertrando di San Ginesio21, al cui ricordo è legato il nome allora dato a una struttura che tuttora sussiste rappresentando un interessante esempio edificatorio.
È la Porta San Genesio (1309), con ingresso ad arco ogivale, dotata di ponte levatoio sopra il fossato, unica porta della cinta muraria rimasta integra nel tempo.
Alla pari delle altre città murate friulane, Venzone è anche città di mercato, difesa da quindici torri, con ingresso da una scala retrattile di legno, collegate da un cammino di ronda e da un muro alto otto metri e largo oltre un metro e mezzo. La cerchia così disegnata racchiude, in un ampio esagono irregolare, le quattordici insulae dell’antico borgo abitato, estendendosi per 1300 metri ed elevandosi sull’ampio terrapieno da cui sorge.
La vigilanza sulla strada che scende da nord veniva esercitata dal comune cittadino, che si reggeva su statuti propri e armava una milizia in grado di affrontare sfide, anche con nemici ben più potenti, quale il celebre capitano Antonio Bidernuccio22, le cui gesta furono eternate nella celebre Canzone ad onor dei Venzonesi (“Su, su Venzon Venzone…”).
Le torri di Tolmezzo
Sono ben diciotto le torri della Tolmezzo murata del Basso Medioevo che, per iniziativa dei Patriarchi di Aquileia, si espande oltre i limiti del castello e del borgo attiguo precedenti, per diventare così capoluogo della Carnia dal 1258, prendendo maggiori dimensioni urbane.
Sempre ad opera dei Patriarchi, Tolmezzo fu, intorno al 1200, dotata di un mercato, il quale contribuì all’aumento della popolazione, migliorandone le condizioni generali. Il libero comune venne retto da una magistratura collettiva, il Consiglio, e dall’Assemblea popolare o Arengo, che provvidero anche alle difese arruolando le “milizie”.
Il patriarca Nicolò del Lussemburgo provvide a finanziare nuove mura, cosicché, intorno al 1400, l’alta cortina che circondava la città venne dotata, come suaccennato, di diciotto torri, ciascuna con una propria denominazione: della Porta di Sopra, Modesti, del Degan, Reitembergher, della Fontana, di Santa Caterina, Giacomo Coss, Grande d’angolo, della Porta di Sotto, Sopra la Roggia, Grande del Ridotto, Pianesi, Nicolò Vuruz, della Scuola, del Pievano, Agustini, del Romitorio, Andrea Alessi. Vi erano poi altre due torri esterne: la Picotta e quella del Corpo di Guardia. Le porte della città erano quattro: le principali chiamate Porta di Sopra (in direzione nord-ovest) e Porta di Sotto (a sud-est), e le secondarie, poste una in prossimità della fontana di Cascina (lato nord-est) e l’altra presso il Romitorio (lato sud-ovest). Intorno alla cinta muraria scorreva un fossato profondo.
Gemona e le sue porte
La presenza sul territorio patriarcale di un castello e di un mercato in una posizione strategica per i passaggi da nord a sud e viceversa, sono all’origine, anche nel caso di Gemona, della presenza di mura a chiudere e a difendere una città. Nel 1184 il Patriarca d’Aquileia istituisce il mercato, assegnandogli il monopolio del commercio in tutta l’area che, da Monte Croce Carnico e Pontebba, si estendeva fino a Gemona. Nel tempo ben tre sono le cerchie che vengono edificate dal Comune, incominciando dal secolo XI. La prima riguarda il centro storico ed è molto ristretta: a essa si accede dalla cosiddetta Porta delle Porte23 o dalla porta o ponte di Godo24.
Si aggiungono poi altre tre porte: Portarezza, Portuzza e Grideule. Queste mura vengono assediate nel 1261 dal Duca di Carinzia e resistono validamente. La seconda cerchia, edificata nel XIII secolo, scende più a valle e vi si accede dalla porta Giunamo e dalla porta del Beone, ma raccontano anche le cronache di lavori infiniti, per cui il patriarca Bertrando dovette intervenire affinché essi fossero portati a termine.
In tal modo Gemona raddoppia la superficie urbana e la sua popolazione: il terremoto – sempre, tragicamente, un terremoto – del 1348 provoca ingenti danni, per cui viene chiamato a ricostruire un capomastro di nome Julianus. Si ricordano così le torri di Sant’Anna, super Craconeam, dei Badolo e putae quadrangolari e sporgenti da due a tre metri dalla cortina esterna, essenziali per la difesa, poiché da esse piccoli gruppi di arcieri, senza doversi esporre, potevano colpire con tiro incrociato il nemico che si accostava alla muraglia.
Bastava però che questo riuscisse a raggiungere la base della torre perché il vantaggio dei difensori venisse meno: tuttavia, sovrapponendo alla sommità del muro o della torre una sorta di incastellatura sporgente di legno – sostenuta da travi infilate in apposite buche pontaie ricavate nelle mura, sulle quali si disponeva un assito protetto sul fronte esterno -, i difensori, restando coperti, erano così in grado di colpire gli assalitori con frecce e proiettili. I Gemonesi iniziano la terza cerchia delle mura nel 1355, modellandola come un enorme bastione triangolare, al cui vertice c’era una turris batagle o ad bellum. Anche in questo tratto di mura si aprono nuove porte, dette di Santa Agnese, di Villa e degli Asini: nonostante ciò, alla fine del XIV secolo ci furono aspri rimproveri della curia patriarcale per la presunta poca cura prestata dei Gemonesi nell’approntare le difese. Nella realtà dei fatti, invece, la Comunità, per tutto il Basso Medioevo, curò con costanza le difese, sorvegliando affinché i fossati intorno alle mura fossero sgombri da vegetazione e che le torri risultassero sempre pronte per sostenere un assedio.
Gli statuti della città sono molto puntuali nel descrivere le obbligazioni di apertura, sorveglianza e chiusura delle sette porte e ciò soprattutto in relazione all’esercizio del niederlecht, che obbligava i mercanti a fermarsi, scaricare e caricare, pagare quanto dovuto all’erario cittadino.
IL FRIULI OCCIDENTALE
Nel Basso Medioevo il Friuli alla destra del Tagliamento è spesso nelle mire espansionistiche delle signorie venete, per cui le città murate che si trovano su questo territorio debbono far da presidio, e spesso anche da capro espiatorio, delle guerre che vengono portate contro i Patriarchi di Aquileia. Fa eccezione Pordenone, poiché si trova nella disponibilità dei duchi d’Austria e poi degli imperatori sino ai primi anni del XVI secolo.
Valvasone
Era serrata di superbe mura avea mille altre grazie e n’aveva una ch’eccede quante mai può dar Fortuna
Con questi versi il poeta Erasmo di Valvasone (15231593)25, pur rivolgendoli a Megara (“le cui mura non fur mai dome”) pare, in realtà, riferirsi al proprio luogo natio. La prima cerchia muraria risale al 1273, per iniziativa del castellano Valterpertoldo di Spilimbergo, con l’intenzione di fare di Valvasone il punto di controllo del guado sul Tagliamento. Il borgo di Valvasone si sviluppa ancora attorno al castello, che tuttora esiste, e trova la sua autonomia da esso come città, edificando le mura attorno al 1350, con una porta principale, la torre Portaia, e provvedendo alla prima diversione dell’originaria roggia di Stans, con la lottizzazione del terreno urbano recuperato al fine di concederlo ad artigiani e bottegai.
Di fronte al ponte levatoio viene costruita la loggia pubblica, mentre presso la Porta delle Ore, sempre nel sistema difensivo, c’è il pozzo comune. Un profondo fossato circonda le mura e la comunità provvede con costanza a runcare frattas, adottando degli statuti già nel 1369 al fine di regolare i rapporti con i castellani.
In città, oltre che dalle porte, è possibile entrare anche navigando dal Tagliamento. Sotto la dominazione veneziana, intorno al 1440, viene costruita la terza cerchia di mura, la quale sosterrà l’assalto dei Turchi e permetterà di fare contro di essi una sortita vittoriosa nell’autunno del 1499. Nel 1800 gran parte delle mura sarà demolita.
Portenau-Pordenone: la città austriaca
Le mura che nel Basso Medioevo racchiudono la città di Pordenone sono alte e robuste, soprattutto dopo gli interventi di rafforzamento voluti da Federico III nel 1468. Alla difesa presiede un capitano austriaco, solitamente di vasta esperienza militare come il celebre Mordax fra XIV e XV secolo.
Le prime mura a difesa di Pordenone risalgono agli inizi del XIII secolo, in coincidenza con l’espansione delle attività commerciali e portuali (portus Naonis) sul Noncello. La città rapidamente prospera, diventando emporio per l’Austria nei commerci con l’alto Adriatico, cosicché gli Asburgo, dal primo imperatore della famiglia, Rodolfo, a Massimiliano, l’ultimo (Domini Portusmonis) ad averne il possesso, si sono sempre preoccupati di rafforzare e mantenere efficiente il sistema della cerchia muraria.
Fra le diciotto torri, si ricordano la Trevisana e la Furlana, facenti parte di un sistema di altrettanti piccoli fortilizi disseminati sul percorso delle ronde. Vi erano propugnacoli antemurali, con quattro porte e ponti levatoi duplicati, quattro portelli e altre difese volte a scoraggiare assalti, per cui Pordenone finì per cedere solo a Bartolomeo d’Alviano26, che ne divenne poi signore a nome della Serenissima. Anche i Veneziani, nel timore di una riconquista austriaca, costruiranno a loro volta nuove mura. Nel 1812 per ordine di Napoleone tutto il sistema difensivo verrà abbattuto.
Spilimbergo
La struttura urbana medievale di Spilimbergo si sviluppa tuttora attorno all’edificio del castello con una prima cerchia di mura, risalente al XIII secolo, che racchiude il capolavoro architettonico della Porta Orientale. La seconda cerchia, di poco più tarda, rafforza il centro e lo fa forte d’huomini e bello d’ornamento: vi spicca la porta di Levante.
La terza cerchia del XIV secolo si presenta con dodici torricelle, fra cui la porta di ingresso occidentale e due porte maestre: è stata demolita nell’Ottocento perché ostativa al progresso.
Sacile e i suoi torrioni
La città odierna di Sacile presenta alcune significative tracce della rocca e delle mura che cingevano la città murata medioevale, ovvero patriarchina. Originariamente essa era difesa da una cinta muraria con cinque torrioni: di questi, oggi ne rimangono tre, che si possono scorgere in centro città.
Il più antico risale al XII secolo, quando furono erette le mura a difesa dalle invasioni ungariche: esso si trova dietro il Duomo di San Nicolò. Gli altri due, più recenti, sono quelli di San Rocco e del Foro Boario, eretti tra il 1470 e il 1485 a difesa della città minacciata dall’invasione turca: collegati tra loro da cunicoli sotterranei, facevano parte di un grosso sistema difensivo. Nel Foro Boario, con il torrione ben conservato e una parte delle mura difensive della città, si ha una seppur ridotta visione d’insieme di come doveva essere il sistema difensivo della città, sorto intorno a vecchio castello patriarcale, successivamente divenuto sede dei primi podestà veneziani.
La città murata di Sacile sarà la prima in Friuli a dotarsi di propri statuti già allo scadere del XII secolo: la sua prosperità e la posizione strategica al confine occidentale del Patriarcato aquileiese la vedranno spesso contesa. Ci sono diversi episodi nel Basso Medioevo, ad esempio, con il patriarca Bertrando:
l’anno 1347 per le differenze che avea co Trivigiani volendo rendere più forti le Mura di Sacile e adatte a miglior difesa fece atterrare e demolire il Castello di Cavolano e condurre quella materia all’opera destinata in Sacile27.
LE CITTÀ DEL MARE
Nel Basso Medioevo anche le città murate di Trieste e Muggia hanno fatto parte dell’area patriarcale aquileiese.
Trieste, da San Giusto alle Rive
A partire dal secolo XI si assiste ad un continuo allargamento delle mura cittadine triestine, nell’intento di comprendervi tutte le attività economiche svolte dalla comunità e di incoraggiare un più consistente insediamento di famiglie per rispondere alla crescente necessità di manodopera. Nel XIV secolo le mura racchiudono la città a triangolo con tre massicce torri, dette del Porto, Beccheria, Mandracchio e confraternita. Vi è poi una seconda cinta esterna. Nelle mura si aprivano cinque porte principali, cui sovrastavano alti e larghi torrioni, capaci di contenere parecchi armati, ed erano munite di fosse esterne, barbacani, ponti levatoi e altre opere di difesa. Rafforzavano le mura alcune torri che s’innalzavano fra porta e porta, mentre altre stavano fuori dalla cinta, alta circa 16 metri e con uno spessore di circa due metri e mezzo, con un camminamento di ronda protetto da una merlatura guelfa (piatta, mentre quella ghibellina è a nido di rondine). In tutto, le torri disseminate lungo le mura erano dodici.
Gli Statuti della città di Trieste sono fra i più accurati nel provvedere alle mura, all’addestramento dei difensori e soprattutto nell’istituire una magistratura apposita in caso di guerra, o sapientes belli, e per la custodia ordinaria, il praeceptor custodiarum.
Essendo la città nel Basso Medioevo assai ambita, le mura divengono un fattore importante della sua storia, con continue vicende che contribuiscono alla crescita e allo sviluppo della comunità cittadina. Alla fine del XIII secolo Venezia pretende la demolizione del tratto prospiciente il porto, al fine di avere libero accesso in città: esso verrà ricostruito con la dedizione della città all’Impero nel 1382, dopo il 1420. La cerchia, alla fine, verrà in gran parte abbattuta nel biennio 1749-1751 per volere della imperatrice regina Maria Teresa d’Austria, la quale, anticipando la razionalità dei “lumi”, diffidenti nei confronti della civiltà medievale, vorrà così realizzare una città “sua”, cambiandone l’identità e la cultura, che non saranno più legate al Friuli storico.
Muggia: dal castello al borgo fortificato
L’importanza del porto muggesano nell’XI secolo e nei successivi induce i Patriarchi di Aquileia, che vi esercitano la signoria, a costituire un borgo fortificato più vicino al mare, abbandonando l’area castellana.
A metà del XIII secolo si costituisce il Comune chiamato a sostenere, tra l’altro, la manutenzione e la difesa delle mura: negli antichi Statuti della città il dominus è obbligato a far costruire ogni quattro mesi almeno dieci passi di mura con i relativi camminamenti di ronda. I documenti parlano della presenza lungo il tracciato di numerose torri, di cui una riservata alla guardia patriarcale.
Più tardi, il patriarca Marquardo di Randeck, al potere tra il 1365 e il 1381, vorrà aggiungere al complesso fortificato anche un castellum, al fine di rendere maggiormente sicuro un sito esposto soprattutto alle incursioni ostili dei veneziani.
OSSERVAZIONI FINALI
La regione friulana presenta una varietà di modelli di città murate, anche se di dimensioni molto ridotte, ma senza dubbio in grado di restituire una efficace immagine di quello che, solo in apparenza, è stato uno sconosciuto e vivace Medioevo.
Le mura, che solitamente vengono viste come segno e simbolo di chiusura, nel Basso Medioevo friulano hanno, invece, creato le condizioni, in ambito urbano, per la nascita di una borghesia che mancava nel sistema feudale. Questa nuova classe sociale, fra alti e bassi dettati dalle vicende storiche, ha così iniziato un cammino di progresso, che dalla libertà dei commerci toccherà la vita civile e quindi aprirà la mentalità ad accogliere positivamente le novità, contrapponendosi inevitabilmente al Friuli dei castelli e della ruralità.
In fondo, civitas significa anche civiltà.
NOTE
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De vulgari eloquentia, 1-11.
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Universitas significa la comunità nel suo insieme assembleare; può anche prendere il nome di vicinia, cioè coloro che sono vicini, oppure altrove di “arengo”.
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Davide 2016; Bottazzi 2016.
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Miotti 1977-1988.
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Huizinga 1919 (1940).
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Battaglia vinta nel 951 da Ottone I di Sassonia contro gli Ungheri, che ne frena la spinta verso Occidente.
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Diploma del 7 agosto 929.
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Citata dal patriarca Ulrico nel 1112.
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Documento del patriarca Bertrando di San Ginesio, 3 aprile 1260.
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Patriarca dal 1273 -1299.
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Ciconi 1862, p. 179.
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Morto nel 1042.
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Buora 1998.
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Candido 1521 (1544, 15, p. 50).
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Spalto, muro in massa di terra che circondava il cammino di ronda o la controscarpa, per proteggere i difensori.
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Vale 1934.
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Grion 1892.
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Imperatore 955-983
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È un feudo che concede il diritto di abitare contro un servizio generalmente in periodo bellico al Patriarca. Questi sono i milites, i nobili, mentre nel borgo risiedono i burgenses
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Diplomata dei Patriarchi di Aquileia, VU 7, n. 67.
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Patriarca dal 1334 al 1350.
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Capitano di Venzone (1460-1532), che affronta vittoriosamente il Duca di Brunswich.
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Perché immetteva ove si aprivano le porte dei maggiori edifici.
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Frazione di Gemona: prende il nome dai Goti.
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