La Monfalcone medioevale: civiltà e valori storico-culturali dell’umanesimo nelle terre murate di confine.

“Il colle boscoso, – la zona carsica che sovrasta l’attuale piazza della Repubblica, – era coronato dal robusto castello dei Patriarchi, turrito e merlato. Lo spiazzo erboso tra il dolce clivo e la marina, solcato da limpidi corsi d’acqua e sonante di fontane, accoglieva la serie delle case, serrate poi dal fosso, nel cui giro, erano convogliate le acque e, oltre il fosso, dalle mura grigiastre di pietra, terminanti a merli guelfi, e ritmate da torroncini di cotto, sui quali l’edera tesseva la verde allegrezza del manto. Entro le mura, la via principale in cui sfociavano i vicoli, oscuri, spesso sotto porticati. Le case – o come venivano chiamati, i palazzi – si prospettavano in una duplice fila, come a spalliera, alcune soverchiando le altre e aprivano, in basso, le procuratie, basse e fumose, divenute il luogo dei convegni e delle piccole competizioni; finestroni ogivali illuminavano le sale dalle travature intagliate, facciate severe e solenni costellate da stemmi, scaloni esterni e ballatoi di pietra, sotto le sporgenze vivide dei tetti. Nel centro del borgo murato, i due edifici simbolo della fede e della stirpe: la chiesa di Sant’Ambrogio e il palazzo del Comune, sorti nel Trecento. La via terminava nelle due porte: una verso Duino e il mare, l’altra rivolta al Friuli e la piana, sulle quali le due torri merlate vigilavano, tra tanta festa di verde e di cristalline rogge. L’abitante della campagna, se non aveva la casa nei borghi di fuori, prima del calar del sole doveva trovarsi nella cerchia; l’artigiano chiudeva la bottega quando suonava la “marangona”, che segnava la fine della giornata lavorativa due ore dopo il tramonto e allora si sospendevano le attività manuali e le persone si chiudevano in casa. Questa fisionomia, che si definì nei secoli ed era pressappoco uguale in tutte le cittadine friulane che dal Comune attingono la prima costituzione civile, è descritta nella ricostruzione della Città Murata medioevale di Monfalcone che ne fa monsignor Enrico Marcon nella sua monumentale storia cittadina1.

Gli scavi eseguiti negli ultimi anni durante il restauro del palazzo municipale, costruito nel 1860 nel grande spazio posto al limitare esterno delle vecchie mura, mostrano i segni degli edifici e delle strade del tempo. I reperti che ne sono emersi raccontano l’indiscussa importanza del luogo. La centralità medioevale di Monfalcone è dimostrata anche da un vero e proprio tesoretto trecentesco di monete d’argento ritrovato per caso nei primi giorni di maggio 1893 nella via del Duomo, tra l’area un tempo occupata dal palazzo dei Patriarchi e le antiche mura di cinta della città, mentre alcuni operai stavano scavando una fossa nei pressi del sito dove sorgeva l’antica porta che conduceva verso la marina. Dobbiamo ad Alberto Puschi, erudito numismatico che ebbe la possibilità di esaminare le monete, la descrizione del ritrovamento avvenuto in una pentola di terracotta sotterrata in profondità. Si trattava di circa 2.200 monete medioevali, una piccola parte delle quali è conservata al Museo Civico di Trieste, probabilmente i proventi della “muda” – o stazione doganale – presente a Monfalcone nel Trecento, in quanto la città era posta su una importante strada di passaggio e penetrazione dall’Istria in Friuli. Tutte le merci in transito dovevano pagare il dazio, con il ricavato del quale si provvedeva anche alle spese di manutenzione delle vie di comunicazione più importanti. Il ritrovamento di un così grande valore di monete provenienti da diverse entità statali sta a confermare che Monfalcone era una via cruciale di transito per carovane provenienti da vari paesi che pagavano il passaggio con la propria valuta.

Nella sua storia, Giacomo Pocar (1849-1902) ricostruisce la cittadella in un disegno prospettico molto realistico e in una pianta della città murata nella quale si distingue l’ubicazione della chiesa parrocchiale, del palazzo patriarcale, della casa del rappresentante del pubblico e delle caserme2. Delle due porte lungo le mura, quella che guardava verso Duino, a filo del viale degli Ippocastani, oggi viale San Marco, si chiamava Porta di Sora, l’altra orientata verso Palmanova, a filo della cespugliosa distesa ora rappresentata da piazza della Repubblica, era la Porta di Sotto. Sui due lati della strada principale, case e palazzetti dalle facciate ingentilite da poggioli di pietra, sorretti da volte e porticati. A destra e a sinistra, botteghe di artigiani e piccoli orti, il tutto cinto dalle mura ritmate dalle torri, con porte e ponti levatoi a oriente e a occidente e tutt’intorno l’ampio fossato alimentato con le acque della roggia.

Lo storico monfalconese Filippo Del Ben (1729-1801) attribuisce la costruzione delle mura a Teodorico, il quale le fece edificare “fortissime et robustissime” nell’anno 4933. Egli trae le notizie dalla memoria del Patriarca Macedonio, contemporaneo di Teodorico, che dopo la vittoria su Odoacre, primo re barbaro di Roma, per maggior difesa dell’Italia fece erigere contro il passo di Trieste un Castello sopra il monte, e ai piedi della collina una piccola città con fortissime mura a cui fu dato per stemma un falcone, uno scudo e un grappolo d’uva, il primo a rappresentare la fortezza sul monte, il secondo il luogo della difesa e il terzo il paese della fertilità. Simboli che segnano il valore che veniva ad avere il controllo del territorio di Monfalcone. Del resto, decisiva nella sua conquista dell’Italia, era stata la battaglia che si era svolta il primo aprile 489 fra le ville di Ronchi e di Vermegliano. Teodorico era disceso dalle rive del Danubio al Carso sino all’Isonzo, dove si accampò per far riposare le sue genti. Venne attaccato da Odoacre che, sconfitto, si ritirò fuori Verona per preparare lo scontro successivo, mentre Teodorico con questa vittoria si rendeva padrone di tutto il Friuli, come rileva Giovanni Palladio nella prima parte delle sue “Istorie del Friuli”. Il ritrovamento nei secoli seguenti di una grande quantità di ossa di cadaveri e di armi è visto come la conferma che su quelle piane isontine si è svolto “un grande fatto d’armi”. Poco altro si sa di quella città murata del 493 e della stessa Rocca, o Castello, descritto come “così rotondo che pareva disegnato a compasso”, con una circonferenza di 56 passi, una grande fossa intorno con le mura realizzate con piastre tutte lavorate a scalpello, in modo che per la loro robustezza non sarebbe stato possibile distruggerlo neppure con l’artiglieria.

A parte questi scarni riferimenti, più solide sono le documentazioni storiche che sostengono come Monfalcone fosse circondata da mura solo alla fine del XIII secolo, innalzate dai Patriarchi di Aquileia. Quelle i cui resti vediamo tutt’oggi si fanno risalire al 1526, anno in cui era podestà il veneziano Giovanni Diedo, lo stesso che nel 1525 aveva portato la costruzione della Rocca nell’attuale conformazione. Lo confermerebbero le lapidi che esistevano sulle stesse mura nella parte esteriore, verso mezzogiorno, fregiate con armi gentilizie, su una delle quali era scolpito “MDXXVI IO. DIEDO. P”.

La Città Murata comprendeva un’esigua parte del territorio e la popolazione di Monfalcone abitava per lo più i borghi, essendo dedita prevalentemente alle attività rurali. Una descrizione del Marcon ricostruisce con una certa fantasia la vita urbana della Monfalcone patriarcale del Duecento: “dai cortiletti, ombrosi di mistero e di timore, dietro la spalliera dei palazzetti, dai volti rincorrentisi, sotto il sorriso delle bifore e dei veroni fioriti, congiunti da colonne monolitiche, aggraziate da capitelli, raccolti dalle sacre rovine romane dei dintorni; dalle casipole degli artigiani, sonanti di lavoro e di bimbi; era tutto un accorrere nello spiazzo della via allargata, di fronte al tempio o alla loggia del Comune, quando la campana dell’aren go rovesciava i martellati accenti dalla cella aperta e il gonfalone azzurro cantava dal pergolo venusto”4.

Momento solenne, che richiamava anche chi viveva nei borghi fuori della cerchia murata, era sicuramente quello in cui il banditore o l’araldo, al segnale della tromba o del tamburo, leggeva le disposizioni del governo patriarcale, del parlamento o dei consigli cittadini. Si trattava spesso di chiamate alle armi e alla difesa: il conte di Gorizia, il signore di Duino, o altri nemici avanzavano o minacciavano i beni e gli abitanti del territorio. Oppure si bandiva l’asta per la muta, si comunicavano nuove tasse o l’arrivo del Patriarca. Quest’ultimo, che inizialmente alloggiava con il suo seguito nel Castello sul monte – nella Rocca – dimora abituale del capitano, nel secolo XIII si spostò nella via interna della cittadella dove sorgeva il comodo palazzo patriarcale, detto poi dei rettori veneti, dove nei secoli si alternarono i momenti di festa e quelli di mestizia e di lutto. La prima cerchia, realizzata in materiali elementari con barriere in legno ed in terra, fossati e trincee, si logorò in pochi anni, per cui si rese necessario passare alla pietra, con murature alte da sei a otto metri di circa un metro e mezzo di spessore, e un fossato profondo da quattro a cinque metri e largo da sei a otto metri.

Nel XIII secolo lo spazio occupato dal borgo tendeva ad allargarsi, così come anche l’impianto di difesa, che richiedeva l’adattamento delle infrastrutture alle evoluzioni delle tattiche e degli armamenti, e ciò rese necessari non solo l’ordinaria manutenzione, ma anche dei veri e propri rifacimenti generali. La bibliografia disponibile su Monfalcone medievale ci permette oggi di conoscere meglio la consistenza delle mura e le fasi della loro costruzione. La cinta muraria comprendeva in un primo tempo quattro torri d’angolo e quattro porte con un regolare servizio di guardia. Successivamente a salvaguardare da un primo attacco vennero poste altre difese: “fecimus propugnacula, turriculas, et alias munitionem circa civitatem5. Le nuove mura della seconda cerchia, contrassegnate da nove torrette, vennero realizzate a sviluppo verticale. Lo storico Martin Sanudo nel 1502 così giudica il sistema difensivo monfalconese: “acquose fosse e buone mura”6.

Difficile, invece, aver idea di come fosse fatto il Castello, di cui non sono rintracciabili descrizioni: rimane solamente la memoria dei tanti episodi di lotta, nello sfondo delle contese di quei tempi lontani, sino a che, più volte restaurato, andò in rovina e venne sostituito dalla Serenissima nel 1525 con la Rocca nella forma attuale.

immagine medioevale della rocca di monfalcone

Importante località di mercato, Monfalcone aveva un incaricato speciale, o avvocato, al quale spettava la custodia e il controllo delle merci e delle imposte dovute al governo patriarcale. Il 9 aprile 1332, il patriarca Pagano della Torre, per intercessione dell’allora capitano locale Panceria della Torre, detto Castone, suo probabile consanguineo, concesse una fiera da tenersi ogni anno, il giorno di San Michele, nonché, per tre giorni successivi un mercato franco “pubblico e generale”, nella località detta “Fontane”, aperto a tutti con esenzione di ogni dazio sui generi di vendita e acquisto e in grado di competere nei confronti del commercio che si svolgeva alle risorgive del Timavo controllato dai duinati e dai goriziani, rafforzando in tal modo anche il ruolo della città quale testa di ponte verso l’Istria.

Tutti i “vicini”, cioè quelli che avevano il domicilio nella Terra – la città murata – e nei paesi del Territorio tra il Timavo e l’Isonzo, erano tenuti alla riparazione delle mura e a fornire i relativi materiali. Tutti coloro che lavoravano terreni nel contado dovevano provvedere alla guardia della cittadella fortificata e ai proprietari delle case spettava la sorveglianza notturna: le due porte venivano chiuse al tramonto e riaperte al mattino. Al centro della vita cittadina c’era il palazzo Comunale o del Maggior Consiglio o della Ragione; edificio severo, sorto all’inizio del Trecento, nel cui loggiato con l’ampia gradinata si raccoglievano i “cives”, i cittadini, quando la campana dell’Arengo squillava e chiamava a raccolta l’assemblea popolare presieduta dal Capitano. Di quella campana ci resta un frammento, preziosa reliquia di quelle lontane vicende. La gradinata terminava nell’ampio severo portone, poi le sale: due sotto e due più ampie sopra, una delle quali conteneva l’Archivio, dove si custodivano gli Statuti, e una era sede delle riunioni del minor Consiglio che, vista la sua ridotta composizione, a volte si adunava nell’abitazione stessa del Capitano. La stanza sopra la loggia riceveva la luce dal triplice finestrone, mentre dalla facciata sporgeva un pergolo sulla strada dove si mettevano i pennoni e si sistemavano gli araldi e i trombettieri. In questo palazzo si svolgeva tutta l’attività civile, si tenevano le decisioni sulle multe, i reclami, le pene, gli interrogatori, le votazioni. Al Maggior Consiglio spettava finanche il “diritto di patronato”, la presentazione cioè del pievano, o vicario, della chiesa comunale di Sant’Ambrogio e poi anche del parroco di Santa Maria Marcelliana, non appena esso avesse messo la sede nella cerchia murata, diventando rettore della chiesa comunale. Il privilegio della scelta del candidato parroco durò sino al 1996 quando il Comune rinunciò al giurispatronato.

In un documento del 23 giugno 1269 viene citato il primo capitano di Monfalcone, “capitaneus Montisfalconi”, Siwrid di Toppo7. Monfalcone era già luogo strategico fondamentale al limitare del patriarcato. Così, quando pochi anni dopo, appena giunto in Friuli, il grande patriarca Raimondo della Torre, eletto nel 1273, decise di regolare le questioni pendenti con Alberto di Gorizia, reo di tanti soprusi contro il predecessore e scomunicato per le tante violenze commesse contro la Chiesa, il territorio monfalconese ne fu un punto dirimente.

Nel lodo di Cormons del 1277, dopo trattative e labili tregue, venne riaffermata la piena giurisdizione della Chiesa di Aquileia sulle terre di Monfalcone, sino a San Giovanni, il mare e l’Isonzo. Alcuni attribuiscono al Patriarca Raimondo della Torre anche la costruzione o quantomeno il rinforzo delle mura e l’erezione del palazzo patriarcale e se così fosse egli sarebbe uno dei fondatori di Monfalcone. Ma le prove e le fonti di questa ipotesi restano ancora incerte. Certamente ebbe un ruolo rilevante nello sviluppo della Città Murata, liberandola dalla prepotenza dei conti di Gorizia e trattando con i Duinati, che dovettero promettere di non molestare i mercanti di passaggio e di non esigere da loro né muta, né tassa di sicurezza perché tutto ciò spettava al Patriarca. Durante il suo governo il territorio divenne uno degli epicentri, luogo di adunata delle truppe patriarcali, nel conflitto che vide Trieste e Capodistria ribellarsi a Venezia, con l’appoggio del Patriarca. La Serenissima in questa occasione utilizzò anche un proprio caposaldo che aveva realizzato nel 1284 a ridosso del litorale monfalconese. Per affermare il loro dominio lungo l’Adriatico e colpire il Patriarca in un punto vitale nella posizione di controllo delle mosse dei goriziani e degli altri alleati, in modo di dividere le forze di Aquileia da quelle dei triestini, i veneziani erano ricorsi ad un astuto stratagemma: presso la foce del Timavo, dove il mare era profondo solo 7 passi, venne affondato un barcone carico di pietrame. Su questo scoglio artificiale, saldato da palizzate, venne eretto un fortino, collegato alla terraferma con un ponte, mentre la foce del fiume fu chiusa con enormi catene. Furono anche usati i materiali dell’antico castello Pucino, per cui l’opera raggiunse una certa eleganza architettonica e per questo venne chiamata Belforte; poteva ospitare sino a 300 armati per le incursioni in terraferma. Nel 1420 dal fortino di Belforte la Repubblica di Venezia, subentrando al Patriarca, affermò l’appartenenza veneziana di Monfalcone.

Momento importante della Città Murata fu, nel 1313, la costruzione di una nuova chiesa, imposta dall’aumento della popolazione nella Terra dentro la cinta muraria e dalla decadenza della ormai periferica Santa Maria Marcelliana per l’abbandono della popolazione passata dalle ville agricole nella nuova agglomerazione più sicura e difesa. Monfalcone era decisamente in pieno sviluppo, segnato dall’affluire dentro la cinta di gente nuova, danarosa e piena di giovanile energia, dedita soprattutto al piccolo commercio e artigianato. Per questo si rese necessario il nuovo tempio di Sant’Ambrogio, dedicato al patrono del primo massimo Comune, Milano, espressione della forza e della grandezza dei liberi Comuni, rafforzando i rapporti fra il patriarcato e la metropoli lombarda, favorita anche dall’ascesa dei vari Torriani nella cattedra patriarcale. Quei Torriani, il cui ramo monfalconese si era formato nel 1300 con il milanese Leone della Torre venuto ad abitare nella cittadina murata.

L’apertura della nuova chiesa sembra collocarsi tra il 1313 e il 1314, ma essa venne consacrata il 25 aprile 1315, giorno sacro a San Marco, quasi ad affermare un’aspirazione e un’appartenenza che si avverarono nel secolo successivo. Sono gli stessi anni, all’inizio del 1300, in cui si colloca la presenza nelle nostre terre di Dante Alighieri, profugo per un certo tempo in Friuli e nella Venezia Giulia. Si ritiene che il padre della nostra lingua sia stato nella regione durante il suo peregrinaggio durato circa quattro anni nell’Italia nord-orientale, dopo aver lasciato Venezia, nel 1304. Gli studiosi hanno trovato tracce di Dante a Trieste, nel Goriziano, a Udine, Tolmino e Gemona fra il 1303 e il 1308, luoghi nei quali sembra abbia realizzato una parte dei suoi scritti. Il sommo poeta fu ospite, tra gli altri, di Gherardo da Camino, signore di Treviso e parente del conte di Gorizia Enrico II. Non è da escludersi che una volta lasciata Gorizia, per Trieste, transitando per Monfalcone, nel 1308 abbia anche vissuto per qualche tempo in Istria, regione che, nel De vulgari eloquentia, pose insieme al Friuli sul lato sinistro dell’Italia. L’Istria del tempo dantesco era la Marca Istriana di Ottone I, divisa fra possedimenti veneziani, possedimenti del Patriarcato di Aquileia e della Contea di Gorizia. E non a caso, coinvolgendo pure Trieste, Dante mise insieme per la loro parlata locale aquileiesi, friulani e istriani.

antica piantina del territorio di monfalcone

Il primo luglio 1900, alla morte del bibliotecario civico, Vincenzo Joppi, suo fratello Antonio donò alla biblioteca comunale di Udine la loro ricca libreria con l’immensa mole di materiale, – vera e propria miniera per gli storici, – accumulato dai due studiosi di storia locale. In questa collezione è presente anche una veduta prospettica della cittadella e della Rocca di Monfalcone risalente al XXVII secolo, nella quale peraltro è ben delineata anche la colonna di San Marco nella posizione dell’attuale piazza della Repubblica. Dopo l’entrata della città nella Repubblica Veneziana il 14 luglio 1420, la Serenissima consentì di mantenere, assieme ai privilegi, la possibilità di poter continuare a reggersi con i propri Statuti e gli usi locali. Quelle stesse usanze e norme stabilite dal Codice Patriarcale, i cui originali sono andati purtroppo perduti, approvati dal patriarca Bertrando di San Genesio nell’assemblea parlamentare di Cividale il 19 novembre 1336. Il Doge Tommaso Mocenigo con una ducale, conservata nell’archivio storico del Comune di Monfalcone, in accettazione della “Terram et Rocham Montisfalconi sub potestate, gubernatione et obedientia nostri Dominii”, concesse a quei fedeli ed umili sudditi di potersi reggere e governare “secundum Statuta, ordines et consuetudines”. L’accettazione da parte della Serenissima di questa autonoma costituzione statutaria per Monfalcone assunse una fondamentale importanza per la conservazione delle prerogative ottenute in precedenza dalla città. Le disposizioni entrarono a regime a partire dall’aprile 1456, con l’approvazione ufficiale statutaria da parte del doge Francesco Foscari: il pregiato volume, conservato anch’esso nell’archivio storico comunale, raccoglie in 34 pergamene del XV secolo gli originali Statuti della Magnifica Comunità della Terra di Monfalcone e accorpa, dopo pagina 64, una serie di atti fra cui anche la ducale del Foscari di approvazione del Corpus statutorum datata 2 aprile 1456. La preziosa mole di documenti conservati nell’archivio consente la conoscenza del funzionamento degli organi istituzionali e delle vicende dalle quali si può comprendere il divenire e il carattere della società di allora, ed è stata analizzata nel volume edito dall’Amministrazione comunale di Monfalcone “Statuti di Monfalcone. Anno 1625”8.

Dopo che Venezia decise l’edificazione della grande fortezza di Palma quale baluardo difensivo per il confine nord-orientale (ottobre 1593), il caposaldo di Monfalcone vide diminuire il suo ruolo strategico. In ogni caso, la Città Murata seppe reggere bene alle incursioni dei turchi in Friuli fra il 1477 e il 1499. Quando, ad esempio, essi tentarono di prendere la cittadella, nel 1478, passando sopra il fossato con una specie di ponte approfittando di un temporale, il podestà Daniele Barbarigo fece mettere dell’esplosivo e, quando il ponte saltò, i difensori si lanciarono contro gli assalitori colpendoli con ogni sorta di proiettili, mentre le campane di Sant’Ambrogio suonavano a martello. Narrano le cronache che “non potendo far altro progresso consumati che ebbero quindici giorni nel Carso ritornarono nella Bossina”. Nel 1525, come si è detto, il podestà Giovanni Diedo procedette a un restauro della cinta, poi nel 1552 Francesco da Bressa fu incaricato di “far la controscarpa a torno li fossi” e nella metà del Seicento venne eseguito un progetto vero e proprio per la sistemazione sia delle mura che del fossato.

Le due porte della Città Murata vennero abbattute e parte delle mura vennero demolite nel 1836. Rimangono alcuni resti della vecchia cinta nel cortile del Palazzetto Veneto e in piazza Falcone Borsellino. Addossati ad alcuni residui delle mura e sull’area ricavata dal riempimento del fossato e dalla copertura della roggia, sono state costruite case, giardini e nuove strade. Le truppe di Napoleone nel 1797 distrussero i segni della Serenissima, la colonna con il Leone, collocata nella piazza del mercato, oggi piazza della Repubblica. La trecentesca chiesa comunale di via Sant’Ambrogio, in profondo degrado, venne abbattuta nel 1760, con tutto il tesoro delle sue venerande memorie, per far posto al nuovo Duomo sorto nello stile neoclassico del tempo e la cui costruzione durò un decennio. Il parroco Biagio Pascoli lo volle riedificare con le offerte dei fedeli, del cardinale patriarca Daniele Delfino, arcivescovo di Udine e del patrizio veneto Pietro Sagredo, il quale, oltre ad una cospicua somma di denaro, donò anche l’altar maggiore. Di finissimo marmo, retto da colonnine pregiate nello sfondo di un trionfo di nuvole e angioletti ridenti, l’altare era un vero gioiello artistico. La consacrazione venne fatta il 16 giugno 1767 da Gian Gerolomo Gradenico, arcivescovo di Udine, alla cui diocesi apparteneva Monfalcone, come si legge in una lapide che si trova ancora oggi murata nella sacrestia del Duomo attuale. Contemporaneamente si costruì il campanile, alto 72 metri, comunemente ritenuto il più bello delle Venezie. Duomo, campanile, palazzi della vecchia cinta murata furono danneggiati irrimediabilmente durante la Grande Guerra. Anche per Monfalcone, sic transit gloria mundi.

  1. E. Marcon, La Città di Monfalcone.

  2. G. Pocar, Monfalcone e il suo territorio.

  3. G. F. Del Ben, Notizie storiche e geografiche della Desena e territorio della terra di Monfalcone.

  4. E. Marcon, La Città di Monfalcone.

  5. Lettera del Patriarca Bertoldo di Andechs –Merania 23.3.1223

  6. M. Sanudo in “Descrizione della Patria del Friuli”. Nel suo passaggio a Monfalcone descrive l’importanza della città posta lungo il passo ”che va a Trieste et in Histria. Vasi etiam de qui in Lubiana et ne le terre dell’Ongaro. Et sopra questa terrazuola che cinge circa un quarto de miglio e fabricata sul monte una rocheta, che si adimanta da Rocha del Monfalcone, la quale domina la dicta Terra et col suo prospecto quasi tutto il piano”.

  7. Mons. Marcon nella sua già citata opera La Città di Monfalcone, a pag.112 scrive: “Con documento segnato in Cividale l’11 dicembre 1260, Mainardo di Gorizia rinunzia nelle mani del Patriarca Gregorio ad ogni diritto e pretesa che potesse vantare in castro et loco Montisfalconis. Da lui occupato in novembre… È il primo documento che parli di Monfalcone, possiamo dire l’atto di battesimo nella storia, a meno che non si scoprano dei più antichi”. A pagina 20 del libro del Pocar però si legge: “Che Monfalcone anticamente fosse città molto abitata. Ercole Partenopeo, circa l’anno 1000 così si esprimeva: Monfalcone è un castello pieno di popoli, ricco e nobile”.

Cronologia dei fatti rilevanti

489
Una leggenda narra che la Rocca e la città che sta sotto furono costruite per ordine di Teodorico subito dopo la sua vittoria su Odoacre del 489.
967
Primo documento scritto che nomina Monfalcone come "vicus Pantianus". Donazione di Ottone I al patriarca di Aquileia Rodoaldo.
1260dicembre
Appare per la prima volta il nome di Montis Falconis.
1269
Monfalcone è retta da un Capitano, nominato dai Patriarchi, che ha giurisdizione sulla terra e sul territorio; il capitanato viene annualmente venduto per 70 marche di denari. La comunità libera di Monfalcone esercita la sua giurisdizione sulla Desena (decima) che comprende 10 luoghi.
1279
Raimondo Della Torre, patriarca d'Aquileia, impegna, a certi Fiorentini, la muta di Monfalcone, cioè il dazio che pagavano le merci che transitavano dal Friuli a Trieste, Istria e Croazia.
128925 aprile
Si riuniscono a Monfalcone le truppe del patriarca di Aquileia Raimondo della Torre e quelle del Conte di Gorizia, per andare contro i Veneziani in Istria.
13329 agosto
A Udine, il patriarca Pagano della Torre concede un mercato pubblico e generale per la festa di S. Michele a settembre e per i tre giorni successivi una fiera "alle Fontane".
133619 novembre
Il patriarca Bertrando, nella sua corte di Cividale, approva la riforma di alcuni Statuti del Comune di Monfalcone.
1381gennaio
La popolazione fa voto della processione del sabato alla Marcelliana per chiedere aiuto con la preghiera contro la peste che infierisce in Friuli.
142018 luglio
Monfalcone fa la sua dedizione alla Repubblica di Venezia.
1452
Si scava il fossato intorno alle mura di Monfalcone.
1470autunno
I Turchi assediano la città e danneggiano il territorio.
147730 ottobre
Invasione dei Turchi.
14785 aprile e 22 luglio
Invasione dei Turchi.
1479
Ritornano i Turchi.
1499settembre
Invasione dei Turchi.
1500
Opere di difesa veneziane della Rocca.
1506 e 1517
Guerra Austro-Veneta.
1510
Alla fine di settembre inizia la peste a Monfalcone.
1514
Cristoforo Frangipane, capitano per l'Austria, cannoneggia la Rocca e la Terra, che si arrende il 2 gennaio. Monfalcone è sottomessa ai Tedeschi fino al 23 settembre 1515, quando ad opera di Sebastiano di Pirano, passa ai Veneziani.
15251 giugno
Caldeggiate da Andrea Foscolo, luogotenente della Provincia di Udine, vengono eseguite le opere di difesa della Rocca. I veneziani fabbricano la torre quadrata per la conservazione della polvere ed attorno costruiscono i quartieri per i soldati ed erigono una piccola chiesa, che avrà un suo cappellano per la cura spirituale della milizia fino al 1797.
1602
I corsari di Segna tentano di assalire la Rocca.
1615
Invasione dei pirati Segnani detti Uscocchi, favoriti dall'Austria, che distruggono il duomo.
1751
Viene soppresso il Patriarcato di Aquileia.